Il miracolo di Natale

Il Natale è il periodo dell'anno in cui tutti dovrebbero essere più generosi. Cosa fare, quindi, quando tutto ciò che si riceve è indifferenza?
Per Zachary Weston Natale significa dormire su una panchina nel sagrato di una chiesa, sotto alla neve e senza nessuna speranza per il futuro. Cacciato di casa a causa della sua omosessualità, Zach si ritrova senza soldi e senza un posto dove andare. Finché uno sconosciuto non gli dimostra che lo spirito del Natale non è morto.
Ben Hamilton è un novellino appena assunto dalla stazione di polizia del paese in cui è cresciuto. La notte della Vigilia, trova un giovane sconosciuto addormentato su una panchina. Sarà capace di compiere per lui un autentico miracolo di Natale?






















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Estratto

Capitolo 1

Il primo Natale

“Ehi! Non puoi dormire qui.”

Zachary Weston aveva chiuso gli occhi e si era abbandonato al sonno. Troppo esausto per riuscire a resistere, alla fine aveva ceduto all’oblio della disperazione, nonostante le fitte lancinanti che gli trafiggevano la parte bassa della schiena. Era tutta la settimana che le sopportava, grazie anche alle temperature rigide che, se da un lato gli gelavano mani e piedi, dall’altro lo aiutavano ad anestetizzare il dolore.
Dietro le sue palpebre abbassate, un fuoco scoppiettava sopra un paio di alari di metallo, e il rosso e l’oro delle fiamme rischiaravano di un bagliore bellissimo la stanza addobbata per il Natale. Nell’angolo più lontano si levava un grosso albero, con lucine brillanti, fili vivaci e palline decorate, che catturavano e rifulgevano le varie sfumature dell’ambiente.
“Non puoi dormire qui.”
I regali erano ammassati per terra, accatastati un po’ alla rinfusa perché ce n’erano veramente tanti. Libri, dischi e vestiti erano avvolti in carte multicolori ornate con fiocchi d’oro e d’argento – il suo nome scarabocchiato su buona parte dei cartoncini.
"Ehi! Non puoi dormire qui."
Fuori dalla finestra cadeva la neve – non una tempesta, ma soffici fiocchi che scendevano in una danza ipnotica per andare ad aggiungersi a quelli che già nascondevano le forme del giardino ben curato. Il freddo aveva fatto gelare la parte esterna delle finestre e i tentacoli arricciati disegnavano ghirigori sinuosi sui vetri, che riflettevano le luci colorate dell’albero.
“Ehi…”
Zach si chinò e prese il primo regalo; lo sguardo fisso sulla madre, che sorrideva e sembrava felice di vederlo così eccitato, mentre scambiava un cenno d’intesa con il marito. Gli occhi di entrambi colmi d’amore.
“Ehi…”
Qualcuno gli stava parlando dall’esterno, ma lui non poteva vederlo. Non che gliene importasse: se si concentrava a fondo riusciva a focalizzarsi solo sui regali. Fu scosso da un brivido – il freddo cominciava a ghermirlo – e si avvicinò istintivamente al fuoco. Ma invece di aumentare, il calore sembrò diminuire. Zach aggrottò le sopracciglia. Stupido fuoco. Prese il regalo successivo, ne strappò la carta rosso e argento e scoprì una felpa, spessa, calda e soffice, di un blu intenso che secondo la mamma si abbinava perfettamente al colore dei suoi occhi. Nonostante si trovasse ormai vicinissimo al fuoco sentiva ancora freddo, così prese l’indumento e se lo infilò, godendosi il conforto e il tepore del morbido tessuto sulla pelle ghiacciata. Sorrise, perché si sentiva avvolto dall’affetto e dall’amore profusi da quel Natale trascorso in famiglia come dalla felpa.
“Non puoi dormire qui.”
Zach si riscosse. La voce gli risuonò direttamente nell’orecchio e le ultime vestigia del sogno si rivelarono per quello che erano: tenui costruzioni della sua fantasia. Spalancò gli occhi all’improvviso e il suo sguardo andò immediatamente a posarsi sulla persona che aveva pronunciato quelle parole. Da principio non vide granché oltre al baluginio d’argento del distintivo e all’uniforme blu, ma poi incontrò gli occhi associati alla voce. Alla luce tenue dei lampioni, lo sguardo dell’uomo era duro come l’acciaio, e delle nuvolette di vapore uscivano dalla sua bocca a ogni respiro. Merda! Forse qualcuno l’aveva visto e aveva denunciato la sua presenza, oppure il poliziotto l’aveva semplicemente trovato per caso. Comunque fosse, l’avrebbero costretto a spostarsi di nuovo. Zach si strinse addosso la giacca leggera con cui si riparava dal freddo e il ricordo di un tessuto blu e morbido gli riaffiorò alla memoria, lasciandolo un attimo disorientato.
Aveva sperato con tutto se stesso di riuscire a evitare la polizia, abbastanza certo che il sagrato della chiesa avrebbe rappresentato un rifugio sicuro la sera della Vigilia di Natale.
“Scusi,” si affrettò a dire, alzandosi in piedi con quanta più rapidità possibile – di certo non troppa considerando il freddo gelido che sembrava volergli spaccare in due le articolazioni. Imprecò quando la coperta gli scivolò dalle mani intorpidite e cadde nella neve ai suoi piedi. Era l’unica cosa che possedesse per tenersi al caldo; un panno che aveva rubato da un ricovero quando una delle volontarie era girata di spalle. Ed ecco che ora si sarebbe inzuppata.
Ma non aveva il tempo di preoccuparsene in quel momento: il poliziotto voleva che si spostasse. Si chinò per riprenderla e vide il terreno venirgli improvvisamente incontro a velocità allarmante. Un paio di forti braccia gli impedirono di affondare con la faccia nella neve, ma Zach sgusciò subito via dalla loro presa. L’uomo poteva pure essere un poliziotto, poteva pure portare un distintivo, ma lui non permetteva a nessuno di toccarlo. Sapeva quello che certi individui volevano dai ragazzi come lui. Non era stupido e giù in città era sempre riuscito a tenersi alla larga dalle situazioni di quel tipo.
“Quanti anni hai?” gli chiese l’agente con un atteggiamento preoccupato e allo stesso tempo davvero intimidatorio.
“Diciotto,” mentì subito lui. Fece un passo indietro e sentì le gambe sbattere contro la panchina su cui si era addormentato. L’uomo si mosse con lui, l’espressione corrucciata e la figura incombente nonostante fosse di qualche centimetro più basso.
“Quanti anni hai veramente?” insisté con calma, la voce bassa e curiosa.
Zach si prese il labbro tra i denti e lo strinse fino a sentire il sapore del sangue sulla lingua, mentre i brividi che lo scuotevano si facevano sempre più intensi, tanto che presto anche l’uomo li avrebbe notati. Sollevò lentamente da terra la coperta, zuppa e gelata, e se la mise davanti nel tentativo di creare una barriera tra sé e quell’agente dallo sguardo così intenso.
“Diciassette,” confessò alla fine, cercando con tutto se stesso di impedire ai propri denti di sbattere, 
“ma ne compirò diciotto tra pochi giorni.” Aveva pronunciato quell’ultima frase per dare al poliziotto una possibilità di scelta. Avrebbe voluto aggiungere anche mi lasci andare, non voglio fare del male a nessuno.

“Ben Hamilton,” disse piano l’uomo, allungando la mano come se gli chiedesse di stringerla. Zach ne fu sorpreso – si era aspettato il luccichio delle manette – e si aggrappò ancora di più alla coperta, incerto sul da farsi.
Ma il poliziotto, l’agente Hamilton, non ritirò la mano: la tenne lì, ferma e salda. Alla fine, Zach allungò la propria, gelata, e sentì sotto alle dita la consistenza strana e morbida di un guanto di pelle. 

“Zach,” si presentò con voce sommessa, facendo attenzione a non lasciarsi sfuggire anche il cognome. Il poliziotto però non glielo chiese, limitandosi ad annuire e a ritirare la mano.
“Quindi, Zach, che ti è successo? Perché passi la Vigilia di Natale coricato su una panchina nel sagrato della chiesa di St. Margaret?”
L’uomo non aveva alzato la voce, anzi parlava con molta calma, ma Zach si mise lo stesso sulla difensiva. Quando l’agente Hamilton gli aveva posto la domanda la sua bocca si era piegata in una smorfia preoccupata e aveva stretto gli occhi.
“Non…” poi si fermò, valutando quanto in là potesse spingersi con le bugie e richiamando alla mente le varie storie che aveva raccontato in quella settimana affinché la gente lo lasciasse in pace. Niente gli sembrava adatto a quel particolare momento. C’era qualcosa in quel poliziotto; un uomo che non sembrava tanto più vecchio di lui, l’agente di un paesino e non di una grande città. Era diverso dai suoi colleghi di centri più importanti, che gli avevano consigliato di tornare a casa. Non ce l’ho una casa. Forse… e se gli avesse detto la verità?
“Non posso andare a casa,” disse alla fine, sobbalzando leggermente quando l’uomo gli tracciò i contorni dei lividi sull’occhio destro e lungo la mascella.
“Chi te li ha fatti, Zach? È successo qui, in questo paese?” Quelle parole suggerivano la possibilità che sarebbe stato al sicuro se gli avesse rivelato il suo segreto. Erano dolci, insistenti, così diverse da quelle dei poliziotti che aveva incontrato fino a quel momento. Tuttavia, Zach non esitò a scostarsi subito da quel tocco gentile – la lama gelida dell’incertezza come una puntura sulla pelle non appena realizzò di trovarsi solo con quell’uomo nel cortile buio della chiesa. L’agente sembrava piuttosto amichevole, ma se si fosse trattato soltanto di una messinscena? Con cautela, cercando di non farsi scoprire, il ragazzo guardò prima a destra e poi a sinistra. Se si fosse ritrovato nella condizione di dover fuggire, gli sarebbe servito un po’ di vantaggio e non voleva trovarsi stretto in un angolo o trattenuto con la forza. A destra c’era una folta siepe che bloccava qualsiasi via d’uscita, mentre a sinistra c’era il cancello che portava al cimitero e alle sue tombe immerse nell’oscurità. Era quella l’alternativa migliore. Spostò il peso sul piede destro, preparandosi a darsi la spinta e scavalcare il cancello. La gamba però prese a tremargli a causa della pressione che vi esercitava e Zach ebbe la certezza che gli avrebbe ceduto al primo ostacolo. Tuttavia, era sempre meglio un pessimo piano che non averne del tutto. “Sono caduto,” rispose con decisione. Era la stessa scusa che aveva usato per la maggior parte della sua vita, la stessa frase che gli aveva procurato sguardi compassionevoli o dubbiosi, a seconda dei casi. Quando aveva usato quelle parole con i responsabili della mensa dei poveri, con i poliziotti agli angoli delle strade, con i direttori dei ricoveri per senzatetto era stato offeso, aveva subito delle avances, gli avevano urlato contro o lo avevano allontanato con disgusto. Non si aspettava niente di diverso da quel nuovo tutore dell’ordine.
“Capisco.” Il poliziotto non chiese altro, si limitò ad annuire e fece un passo indietro. Parlò direttamente nella radio. “Vado a casa. Non c’era niente giù alla chiesa.” Il rumore delle interferenze ruppe il silenzio ovattato della notte e una voce metallica confermò la ricezione del messaggio con una serie di sigle e un nome – Ben. Il poliziotto tornò a guardarlo e Zach valutò che ora che l’uomo si era allontanato sarebbe stato più facile per lui arrivare al cancello. “Non puoi dormire qui. Ti troverò una stanza per questa notte e domani penseremo al da farsi.”
Zach sgranò gli occhi. Non sarebbe andato da nessuna parte insieme a uno sconosciuto, a meno di non essere arrestato. Il poliziotto voleva trovargli una stanza? A lui? Probabilmente quella di un motel a ore. Merda. Poteva scordarselo. Era a malapena riuscito a scampare a una proposta forse anche più allettante appena due giorni prima, e non si sarebbe fatto fregare di nuovo.
Si erse in tutta la sua altezza e strinse le labbra in un atteggiamento determinato. Non ci pensava proprio a scambiare un inferno con un altro.
“No. Grazie, ma non posso accettare. Devo… andare alla stazione. Tra un po’ arriva il mio treno.” Cercò di non far trapelare la disperazione dal tono della voce e di sembrare sicuro di sé, nonostante battesse i denti. Soppesò le parole nella propria testa e sì, sapeva esattamente quello che stava dicendo: c’era un motivo per cui si trovava su quella panchina a quell’ora di notte e il poliziotto doveva rispettarlo. Era o no un paese libero?
“Va bene, Zach,” sospirò l’uomo. “Abbiamo due possibilità. È la Vigilia di Natale ed è tardi. Tutto quello che voglio è andare a casa e trascorrere la serata con la mia famiglia, ma tu stai complicando le cose. Ora, puoi scegliere di venire insieme a me, mangiare, farti una doccia, metterti dei vestiti caldi e infine dormire in un vero letto, oppure posso far pesare la mia autorità, arrestarti e poi costringerti ad andartene.”
Zach non si perse neanche una parola. Gettò intorno uno sguardo disperato; la piccola chiesa, il cimitero, la panchina, la neve e poi, di nuovo, il poliziotto con l’aria da ragazzino. Era fregato. Il gelo che aveva sotto ai piedi gli era risalito lungo gli arti portando con sé un dolore insistente. Si sentiva le gambe deboli. Aveva corso a lungo cercando di rimanere davanti a tutto e a tutti, e ora gli restavano solo altri due giorni prima di potersi fermare. Perché il suo corpo aveva scelto proprio quel momento per tradirlo?
“Allora?” insisté il poliziotto. “Deciditi. Sinceramente non ho nessunissima voglia di trascorrere la notte della Vigilia davanti al tuo corpo congelato a spiegare al medico legale perché sei morto qui. Cosa scegli?”
Ma Zach non aveva una scelta. Quella era una situazione a senso unico. Lo sapeva lui e lo sapeva il poliziotto. Si raddrizzò quanto più poté, mentre il dolore alla schiena riprendeva a martellarlo con la sua solita intensità, nonostante il freddo della panchina avesse per un po’ attenuato l’indolenzimento.
“Va bene,” mormorò. Alla fin fine, si trattava sempre di un poliziotto. Cosa c’era di male a desiderare di trascorrere una notte al caldo? “Ma non in una cella, va bene?” cercò di assicurarsi con cautela.
L’agente Hamilton girò sui tacchi e cominciò ad allontanarsi dalla panchina.
“No, non in una cella.”
“Me lo giura?” Cavolo! Proprio come un ragazzino! Per fortuna che avrebbe dovuto sembrare un adulto capace di autogestirsi. See, come no!
Il poliziotto si fermò e si voltò a guardarlo, affondando le mani nelle tasche del pesante giaccone. Zach lo osservò con invidia.
“Te lo giuro.” Poi si girò di nuovo. Era chiaro che si aspettava che lo seguisse e il ragazzo obbedì. Le sue scarpe da ginnastica, le stesse con cui era stato sbattuto fuori di casa una settimana prima, scivolavano sul sentiero gelato. Imprecò sottovoce: gli stivali che l’uomo indossava gli permettevano di fare presa sulla neve, mentre lui doveva arrancare se voleva tenere il passo. Era umiliante procedere incespicando come un cucciolo ancora incerto sulle gambe. Ma allo stesso tempo si rese conto che non avrebbe avuto neanche mezza possibilità di seminarlo, nel caso pensasse di darsi alla fuga. Quindi, non gli restava davvero altro da fare che accodarsi e seguirlo.
Per circa una decina di minuti camminarono in silenzio lungo le vie fredde e deserte, attraverso una piazza e davanti a un grosso orologio incastonato nella facciata di una piccola biblioteca. Zach vide che erano le undici e mezza. Il poliziotto si fermò di fronte a un negozietto che esibiva il cartello Chiuso, ne controllò la porta e sbirciò nell’oscurità dell’interno. Zach rimase a guardarlo mentre faceva il suo lavoro, strusciando una scarpa sullo strato di ghiaccio del marciapiede. Poi l’uomo lo guidò verso l’ultima di una fila di case simili tra loro. Le tende erano aperte e Zach vide l’albero che faceva bella mostra di sé davanti alla finestra, le lucine colorate che sembravano salutarli mentre risalivano il vialetto sgombro. L’agente Hamilton si scrollò la neve dagli scarponi ed entrò, facendogli cenno di seguirlo.
Zach esitò. Sentiva il calore che proveniva dall’interno, vedeva le luci soffuse e percepiva l’atmosfera accogliente di una casa addobbata per il Natale. Tuttavia, l’uomo gli stava chiedendo di entrare. Insieme a lui. Un estraneo. E nessuno avrebbe saputo che c’era andato.
“Ben?” Una voce dolce, e poi una donna sbucò da qualche parte nel corridoio vivamente illuminato. Era piccola, elegante e aveva un’espressione preoccupata. Gli ricordava la sua, di mamma, ma senza l’aria abbattuta e stanca. “Che succede?”
Il poliziotto si tolse la giacca e l’appese a un gancio, poi si sfilò anche i guanti e gli scarponi.
“Abbiamo un ospite, mamma,” rispose con voce gentile, facendogli cenno di entrare. Come in trance, cullato dalla voce della donna, Zach superò la soglia. Quando il suo corpo gelato venne avvolto dal tepore della casa, si sentì attraversare la pelle da tante piccole e dolorose punture e sbatté le palpebre, sorpreso davanti a quel cambiamento improvviso. Poi la porta si richiuse alle sue spalle e lo stomaco gli si attorcigliò dalla paura. Era una settimana che non si trovava rinchiuso dietro una porta e la prima sensazione fu quella di essere dentro a una prigione, per quanto confortevole.
Il poliziotto – Ben – lo guidò in un salottino dove un bel fuoco crepitava sugli alari, e un albero, sotto cui erano impilati alla rinfusa tanti bei pacchetti, faceva bella mostra di sé accanto alla finestra. A quel punto, Zach poté finalmente vedere in viso l’uomo che lo aveva strappato via dal sagrato della chiesa. Era leggermente più basso di lui, ma ben messo e muscoloso, con capelli neri e occhi nocciola. L’uniforme gli stava bene, lo fasciava e gli cadeva alla perfezione. Zach odiava le uniformi. Ma quel poliziotto non aveva la stessa aria solenne di quelli che lo avevano fermato nei parchi o nei vani dei portoni dove era solito dormire. Non sembrava scocciato o sospettoso o cattivo. E quella differenza lo disorientò leggermente.
“Lui è Zach. Ha bisogno di vestiti e di un posto dove dormire.” La voce di Ben era profonda e sicura. Non si scusò per aver portato un estraneo a casa della madre e lei, da parte sua, non sembrava per niente arrabbiata. Dov’era capitato? Dentro a una sit-com tutta buoni sentimenti e famiglie felici?
“Ciao, Zach.” Il ragazzo sbatté le palpebre quando si accorse che quel tono così dolce era riservato a lui. “Vai a lavarti mentre ti scaldo un po’ di minestra.” Zach non rispose, ma nelle condizioni in cui era, gli venne quasi da piangere al pensiero di un bagno pulito, servizi veri, e forse anche una doccia. “Ben, tesoro, fai vedere al nostro ospite dov’è il bagno, dagli un rasoio e qualche asciugamano e magari anche una delle tue tute.” Poi la donna gli sorrise, ma lui era troppo disorientato, esausto e dolorante. Era già un miracolo se riusciva a stare in piedi, figurarsi formulare delle parole o ricambiare un sorriso.
L’ora successiva fu uno stordimento di acqua e calore dentro alla doccia – la porta del bagno chiusa a chiave nel caso qualcuno avesse cercato di entrare. Il rasoio grattò via la barba sottile e disordinata che gli era cresciuta sul viso. Era da una settimana che non si lavava i denti e si servì dello spazzolino e del dentifricio nuovi per farli tornare a splendere, osservandosi nello specchio sopra il lavandino. Per la prima volta da sette giorni a quella parte si sentì veramente pulito.
L’ultima volta che aveva potuto darsi una lavata era stato nella toilette della stazione degli autobus, e l’acqua che si era raccolta nel lavandino aveva una strana tinta marroncina. A quel tempo, in tasca aveva un biglietto per andare via, lontano quanto glielo concedevano diciotto dollari e venti centesimi. Doveva lasciare Harrisonburg, se voleva stare al sicuro. Solo Dio sapeva cosa gli sarebbe successo se avesse continuato a vivere per strada; ma nel percorrere col dito la I-81 sulla grande carta appesa al muro, aveva sperato che i soldi gli sarebbero bastati per arrivare almeno fino a Winchester. Era là che vivevano certi cugini di secondo grado, e forse sarebbero stati disposti a ospitarlo fino a dopo capodanno.
Non che la cassiera avesse proprio riso di lui, ma era riuscita a fargli capire che sarebbe stato fortunato ad arrivare a metà strada, in quel modo noncurante di cui solo gli adulti che vendono biglietti sono capaci. E così eccolo lì, in culo-a-Giove, Virginia, a metà strada verso la salvezza.
Osservò con distacco la propria figura riflessa nel grande specchio appeso alla porta. Era sempre stato piuttosto allampanato – si era allungato troppo e troppo in fretta – ma ora era decisamente macilento, la magrezza accentuata dagli occhi stanchi e dal colorito grigiastro. Ma perlomeno i capelli – biondi, ma in quel momento scuriti dall’acqua – erano puliti e pettinati all’indietro, via dal viso. Gli occhi azzurri sembravano volergli uscire dalle orbite. Erano iniettati di sangue e sotto c’era un alone grigiastro, senza contare i lividi rossicci attorno alle orbite, che non miglioravano di certo l’effetto. Aveva un’aria patetica. Si sentiva patetico.
Il poliziotto gli aveva lasciato un paio di pantaloni della tuta che forse erano un po’ troppo corti per le sue gambe lunghe, ma si rivelarono caldi, asciutti e morbidi sulla sua pelle pulita. Infilò una maglia e una felpa sopra ai capelli asciugati alla bell’e meglio con la salvietta e poi si guardò di nuovo allo specchio, gli occhi umidi di lacrime. Per la prima volta da giorni, si specchiava in qualcosa di diverso da una vetrina. Sapeva di aver perso molto peso, se n’era accorto da come i jeans gli cadevano di dosso, ma quella che vide nello specchio era l’ombra di se stesso – sconfitto, esausto e paurosamente magro.
Aveva in tutto e per tutto l’aspetto di un ragazzo di strada e lo spaventava da morire il fatto che in così poco tempo fosse passato dalla forma normale di un teenager alle prese con lo studio, a quella figura spezzata che lo osservava dallo specchio.
Ma era arrivato il momento di muoversi e affrontare il poliziotto e sua madre, non poteva certo sperare di rimanere lì dentro in eterno. Aprì con cautela la porta del bagno, aspettandosi, per qualche ragione, di trovarsi davanti l’agente con un paio di manette in mano.
Non c’era, ma non per quello si sentì meno nervoso. Imboccò il corridoio, seguendo il suono delle voci che provenivano dalla cucina. Fu subito chiaro che stavano parlando di lui, perché non appena mise piede nella stanza calò un silenzio imbarazzato. Il poliziotto era seduto a tavola e stringeva tra le mani un tazza. Ora che lo vedeva sotto la luce intensa della cucina, gli sembrò incredibilmente giovane. La madre era in piedi davanti ai fornelli, impegnata a mescolare il contenuto di un pentolino. Lo sguardo dei suoi occhi nocciola si scaldò non appena girò la testa e lo vide, e le labbra le si incurvarono in un sorriso. Zach rammentò a se stesso di fare molta attenzione, misurare le parole e non rivelare troppo della sua vita.
“Ti va bene il brodo di pollo, tesoro?” gli domandò gentilmente la donna, una nota prudente nella voce.
“Dio, sì,” rispose immediatamente lui, sussultando per lo slancio della risposta e rendendosi conto solo dopo di quello che aveva detto. Lui poteva anche aver voltato le spalle a un Dio che aveva permesso al padre di picchiarlo e sbatterlo fuori di casa, ma ciò non significava che lo avessero fatto anche gli altri. Doveva stare attento a quello che gli usciva dalla bocca. “Mi scusi, signora,” fece subito ammenda. “Volevo dire, sì, gradirei un po’ di minestra.”
Il poliziotto ridacchiò divertito e la madre gli diede uno schiaffo sulla spalla, rimproverandolo per la maleducazione. Versò un po’ di minestra in una fondina, disse a Zach di accomodarsi e poi si mise a osservarlo attentamente mentre mangiava. Ma al giovane non importava che gli occhi dei due fossero puntati su di lui e che il poliziotto non accennasse ad alzarsi dalla sedia. In effetti, forse cercavano entrambi di farsi un’idea di lui a partire dal suo aspetto e dal luogo in cui era stato trovato.
“Ben, tesoro, hai finito per oggi?” domandò la donna.
“Sì, fino a domani mattina.”
“Allora togliti l’uniforme. C’è ancora qualche tuo vestito di sopra dallo scorso sabato. Magari potresti dare a me e al ragazzo l’opportunità di scambiare due chiacchiere.” Zach alzò la testa, il pane a mezz’aria. Due chiacchiere. Merda. Ora sì che era fregato.
“Torno tra dieci minuti,” disse l’uomo con voce sicura e Zach alzò lo sguardo su di lui, conscio dell’avvertimento che aveva scritto sul viso – non fare lo stronzo con mia mamma. Annuì per fargli capire che aveva recepito il messaggio e poi lo guardò lasciare la stanza.
“Allora, Zach, mi sembra di capire che non sei venuto di tua volontà,” constatò la donna con aria innocente, mentre gli riempiva per la seconda volta il piatto di minestra e gli dava dell’altro pane. Il tutto senza distogliere un attimo gli occhi da lui. Zach si chiese che cosa vedesse e si vergognò. I lividi vecchi e quelli nuovi, mezzi coperti dai capelli biondi ancora umidi con cui aveva cercato di nasconderli, ecco cosa vedeva. Sapeva di sembrare più giovane dei suoi (quasi) diciott’anni, tanto da essere facilmente scambiato per un adolescente. In quel momento era consapevole di ogni più piccola sensazione che attraversava il suo corpo: il calore, la pace, il silenzio, l’accettazione, ma era tutto tremendamente sbagliato. Non lo meritava e non sapeva come comportarsi.
“No, signora,” rispose alla fine, dando un morso a quel pane così croccante che coprì la minestra di briciole. Se avesse avuto la bocca piena, forse avrebbe potuto evitare di parlare. Aveva sentito abbastanza prediche in vita sua da aver imparato a ignorarne la litania.
“Ben mi ha detto che hai quasi diciott’anni, ma che a parte questo e il tuo nome non sa altro di te.”
Merda. Il suo cognome, voleva sapere qual era il suo cognome. Ma si disse che ormai non era più tanto importante e che comunque non ci sarebbe stato verso di farlo tornare a casa. Altri due giorni e avrebbe compiuto diciott’anni. Era troppo tardi perché la donna riuscisse a rintracciare la sua famiglia. Ingoiò il boccone di pane e minestra e si pulì la bocca con il dorso della mano, perso nello sguardo rassicurante di lei.
“Zachary Weston, signora,” capitolò alla fine. “Compirò diciott’anni il ventisette dicembre.” La donna annuì compassata e Zach si infilò in bocca un’altra cucchiaiata di minestra, il cui calore gli scivolò lungo la gola come un’onda vellutata. Lei non riprese subito a parlare, ma si soffermò a osservare la tazza che aveva tra le mani prima di porre la domanda successiva.
“Potrei sapere perché non sei a casa insieme alla tua famiglia?” Esitò, la testa inclinata di lato. “Ma forse non dovrei dare per scontato che tu ce l’abbia, una famiglia.”
“Sì, signora. Ho una famiglia. Una mamma, un papà e una sorella. Loro, mio padre per l’esattezza, non mi volevano più.”
“E per quale motivo? Il gruppo sbagliato di amici? Droga? Alcol?”
A quelle parole Zach si sentì attraversare da un’ondata di sofferenza. Eccole, le ragioni per cui i giovani venivano cacciati di casa. Sembrava un drogato? Non aveva neanche mai toccato una sigaretta, figuriamoci la droga. Quanto all’alcol poi… Chiuse per un attimo gli occhi. Perché la donna lo credeva colpevole di qualcosa? Eppure, dentro di sé, sapeva di essere messo abbastanza male da far nascere il sospetto che abusasse di qualche sostanza. Prese a fissare il piatto con la minestra, i capelli di nuovo calati a proteggerlo da quello sguardo troppo diretto. E se le avesse raccontato ogni cosa? L’avrebbe ascoltato fino alla fine? Altra gente gli aveva fatto delle domande, anche se nessuno voleva veramente sentire le risposte.
Avrebbe dovuto raccontarle di come suo padre, un ex-militare, pensava che le lezioni si imparano meglio quando sono condite da un po’ di sane botte? Oppure che non andava a scuola e non aveva amici? Forse, però, avrebbe fatto meglio ad affrontare per prima la questione più semplice, la verità che era alla base di tutto quello che gli era successo. Non voleva raccontarle delle bugie. Non era da lui. La guardò in viso, la cena che minacciava di tornargli su.
“È perché sono gay,” disse semplicemente e a voce così bassa che la donna dovette sporgersi in avanti per sentirlo. Quando poi Zach allontanò la sedia dal tavolo, la vide aggrottare le sopracciglia.
“È quello il motivo per cui sei scappato?” gli domandò.
“No!” Reagì lui all’istante. “Hanno cercato di guarirmi, ma non ha funzionato. Non volevo che funzionasse. Così mi hanno detto di andare via.”
“Capisco” commentò lei. Poi tacque. Zach non percepì il disgusto nella sua voce, ma neanche la vide balzare in piedi e correre ad abbracciarlo.
“Grazie per la minestra, signora. Apprezzo quello che ha fatto per me, e anche suo figlio.” Si alzò, barcollando a causa delle gambe formicolanti, e si avviò verso il corridoio, ma fu costretto a fermarsi quando si trovò davanti il poliziotto. L’uomo era appena uscito dalla doccia e con quei capelli ancora spettinati e uno sguardo deciso negli occhi nocciola sembrava molto meno un agente di polizia e molto più un ragazzo normale.
“Dove credi di andare?” gli domandò, la testa leggermente inclinata di lato. Zach notò la sorpresa nei suoi occhi, ma poi guardò più a fondo e ci trovò una compassione come non ne aveva mai viste prima.
“Vado via, signor… agente. Grazie infinite per l’aiuto. Mi dispiace.” La voce gli tremava, ma Zach si assicurò di rendere ben chiare le proprie intenzioni. Voleva andare via. Inoltre, era probabile che fossero loro a non volerlo più sotto al loro tetto. Però ci aveva almeno guadagno un pasto, e che solo provassero a riprendersi quei vestiti così caldi! Gli mancavano le scarpe e poi sarebbe potuto andare. Se fosse riuscito a prendersi un po’ di vantaggio era certo di poter scappare, dato che il poliziotto era scalzo. Abbassò lo sguardo e si spostò per passargli di fianco, ma fu fermato da una presa ferrea sul braccio.
“Mamma? Ha fatto qualcosa? Tutto bene?” L’agente ignorò il modo in cui Zach si contorceva e cercava di liberarsi, mentre nervosismo e panico crescevano sempre di più dentro di lui. Non aveva fatto nulla alla donna, non avrebbe potuto. Strattonò un’altra volta il braccio, ma il poliziotto sembrava avere una presa d’acciaio.
“A quanto pare è stato cacciato di casa perché è gay,” rispose lei. Zach tirò ancora per cercare di guadagnare un po’ di spazio di manovra. All’improvviso, il viso dell’uomo si contorse in una smorfia di rabbia. Merda, pensò Zach, eccolo che arriva, e mentre l’altro sollevava il braccio si raggomitolò su se stesso per prepararsi al colpo imminente. Invece, Ben gli appoggiò delicatamente la mano sulla spalla e sembrò non fare caso al fatto che Zach si fosse ritratto impaurito.
“Succede spesso,” disse, l’espressione del viso perfettamente neutra, “ma in questa casa non è un problema. Mamma ha un figlio etero, sposato e padre, e una figlia con ben due ragazzi alla volta.” Fece una pausa, come a voler dare risalto alle parole che seguirono. “E poi ci sono io, poliziotto e gay.”
“Oh,” fu tutto quello che Zach riuscì a dire, mentre si massaggiava il braccio per alleviare un po’ l’indolenzimento.
“Il fatto che tu sia gay non pregiudicherà in alcun modo la tua permanenza qui, okay?”
Zach si voltò a guardare la donna, che era ancora seduta a tavola. Annuiva. Improvvisamente si sentì strano. Gli sembrava di essere in una di quelle commedie popolate da persone squisite e per di più eccezionalmente gentili verso i ragazzi cacciati di casa e soli. Sbatté le palpebre, mentre, mano a mano che le parole facevano presa dentro di lui, gli occhi gli si sgranavano per la sorpresa. Gli sembrava troppo bello per essere vero, eppure in qualche modo doveva esserlo.
“Ben, io vado a letto. Perché tu non tieni un po’ di compagnia a Zach e poi gli fai vedere dov’è la vecchia stanza di Jamie. Le lenzuola pulite sono nell’armadio.” La donna si alzò con grazia, appoggiò i piatti sporchi dentro al lavello e poi andò ad abbracciare il figlio. “Ellie sarà a casa per le due. L’ha promesso. Aspettala tu in piedi, per favore.”

Capitolo 2
Ben sapeva che sua mamma non si sarebbe addormentata finché Ellie non fosse rientrata. E sapeva anche che voleva dargli il tempo di tranquillizzare Zach. Il ragazzo era teso come un cavallo da corsa e tremava di eccitazione nervosa. Controllava continuamente la porta d’ingresso e Ben se lo immaginava misurare distanza, velocità e direzione in vista di una possibile fuga.
Durante l’addestramento da poliziotto, aveva partecipato a un seminario a Richmond che aveva lo scopo di illustrare alle reclute le varie opzioni e possibilità di specializzazione. Aveva trascorso diverse ore ad ascoltare i resoconti di un agente che si occupava di minori cacciati di casa. Una volta concluso l’intervento, Ben lo aveva avvicinato per saperne di più.
“Quali sono le ragioni più comuni per le quali scappano?” aveva chiesto. L’uomo aveva scosso la testa.
“Non scappano, sono cacciati. Letteralmente sbattuti fuori di casa. Non hanno scelto di andare via, sono stati mandati via.”
Ben ricordava le storie terribili di ragazzini costretti a vendersi per sopravvivere. Ragazzini che molto spesso andavano incontro a una morte prematura, vittime delle malattie, delle droghe o della fame.
“Una volta ho chiesto a uno di questi sventurati,” aveva continuato l’agente, andando dritto al punto, “perché fosse venuto in città e lui mi ha detto ‘Tutti i gay sanno quali sono i vicoli e le strade giuste qui a Richmond.’ Quando vengono sbattuti fuori è lì che vanno.” Nel tempo libero, Ben era tornato più volte a parlare con l’uomo per avere più informazioni. La vita di quei ragazzi lo atterriva, ma qualcosa era scattato dentro di lui.
“E le infrastrutture per aiutarli? Dove sono?” Era una domanda che denotava tutta la sua ignoranza sull’argomento, e se n’era reso conto quando l’agente aveva emesso un sospiro rassegnato.
“Qualcosa c’è qui in città. Ci sono gli ostelli e altri tipi di rifugio, e ci sono i centri di volontariato, ma la crisi è arrivata anche qui, come nel resto del paese. Gli stanziamenti sono ridotti all’osso e lo stesso si può dire dei volontari. La verità è che quei ragazzini sono abbandonati a loro stessi, costretti in situazioni disperate e molto spesso anche pericolose.”
“Cioè droga, prostituzione e roba del genere?”
“I ragazzini che decidono di venire qui, ma anche nelle altre città, lo fanno per tutta una serie di ragioni. Alcuni pensano di essere già degli adulti e hanno questa illusione, questo sogno, di riuscire ad andare avanti senza l’aiuto di nessuno. Poi ci sono quelli cacciati di casa. Indipendentemente da quello che dicono, vengono qui perché non hanno un altro posto dove andare. Molti combattono giorno dopo giorno con il solo scopo di procurarsi il pasto successivo. Qualcuno ce la fa. Troppi, invece, no.”
Con le parole di quell’agente che gli riecheggiavano nella testa, Ben teneva gli occhi fissi su Zach, l’immagine stessa dell’innocenza, il quale lo osservava a sua volta, pietrificato dalla sorpresa e dal terrore. Ora che era pulito – con il viso ancora un po’ arrossato dalla rasatura e dalla doccia – si vedeva chiaramente che era un bel ragazzo, anche se magro come uno stuzzicadenti. Morbidi capelli biondi si stavano asciugando in soffici onde attorno a un viso, purtroppo, smunto. Gli occhi avevano una bellissima sfumatura blu con sottili pagliuzze dorate tutt’attorno alla pupilla, ma guardavano il mondo con quella luce spaurita di chi è braccato. Era alto, forse cinque o sei centimetri più di lui, ma teneva la schiena e le spalle curve come se fosse esausto, e forse anche per nascondersi pensò Ben.
Che diavolo poteva fare per convincerlo a calmarsi e rilassarsi? Aspetta. Cioccolata calda. Con i marshmallow. Per Ben era il cibo consolatorio per eccellenza. Se funzionava con lui, forse avrebbe funzionato anche con Zach. Ispirato, cercò nei vari sportelli tutti gli ingredienti e li mescolò finché l’odore del cioccolato non ebbe impregnato completamente la cucina. Non si scambiarono neanche una parola, ma Zach non smise di sembrargli teso e sul chi va là per tutto il tempo. Stai tranquillo che andrà tutto bene, Hamilton. Convincilo solo a sedersi, prima che cada per terra.
Quando fu pronto, fece cenno a Zach di andare sul divano davanti all’albero e, dopo averci riflettuto qualche secondo, decise di metterglisi accanto. Senza toccarlo. Non un gran conversatore neanche nei suoi momenti migliori, si ritrovò subito a corto di parole. Molto di quello che era successo nelle ultime ore esulava di parecchio dai suoi doveri di poliziotto. Avrebbe dovuto denunciare il ritrovamento di un ragazzo addormentato su una panchina, avrebbe dovuto portarlo alla stazione di polizia e avrebbe dovuto fare in modo che venisse aiutato. Quando l’aveva scorto con la pelle gelata dello stesso colore del legno sbiancato su cui era steso, aveva addirittura immaginato di dover chiamare un’ambulanza.
Tuttavia, quando Zach aveva parlato, le sue parole erano state chiare – anche se il tono di voce tradiva tutta la sua paura.
La verità era che non appena aveva visto lo sguardo impaurito di quegli occhi, qualcosa dentro di lui – forse il suo cuore tenero, o forse, chissà, lo spirito del Natale – gli aveva fatto desiderare di portarlo al sicuro. In fin dei conti, non era per quello che era diventato poliziotto? Per fare in modo che gli abitanti della sua cittadina stessero al sicuro, tutti quanti, senza distinzione?
La barba e i capelli, sporchi, aggrovigliati e unti con cui il giovane si era presentato avevano un po’ nascosto i suoi lineamenti, senza tenere conto del cattivo odore che emanava. Gli servivano una doccia, abiti puliti e un letto caldo in cui dormire.
E poi, quando l’aveva visto emergere dalla stanza da bagno con indosso un paio dei suoi pantaloni, coi capelli puliti e senza quella barba trasandata, Ben si era trattenuto a stento dal fare un commento inappropriato. Era bellissimo con quegli occhi da colomba e l’aria innocente, nonostante la piega ansiosa delle labbra e la paura nello sguardo. E dire che non era neanche il suo tipo. Era più alto di lui, quando invece li preferiva un po’ più bassi. Aveva gli occhi azzurri, e a lui piacevano marroni. E i capelli? Il biondo non era il suo colore, molto meglio il castano. Ignorando quei pensieri, e altri altrettanto inutili, Ben si impose di reprimere i propri istinti. Il ragazzo poteva anche essere splendido, ma era pur sempre un minorenne scappato di casa e lui, prima di tutto, un poliziotto.
“Immagino che tu sia all’ultimo anno, vero?”gli chiese alla fine, optando per un argomento neutro. Ma quando il ragazzo scosse la testa, non riuscì a nascondere una certa curiosità.
“Studiavo a casa,” spiegò allora Zach. “Papà diceva che era colpa della scuola se ero diventato gay.” Accompagnò quelle parole con una leggera scrollata di spalle. “Quindi mi ha ritirato. Non ci vado più da, vediamo… quattro anni.”
“La scuola ti avrebbe fatto diventare gay?” Ben aveva già sentito quel genere di discorsi. Non era una novità e non era nemmeno strano che succedessero cose di quel tipo.
“Eh! Chi l’avrebbe mai detto che la scuola potesse farti passare l’interesse per le ragazze, vero?!” ci scherzò su Zach, sorridendo leggermente prima di chinare la testa, le guance rosse d’imbarazzo.
“E allora perché non ti ha sbattuto fuori quando avevi quattordici anni?” Ben si rendeva conto che quella era una domanda personale, ma era veramente molto curioso di sapere cos’era successo al ragazzo.
“Ha cercato di farmi cambiare. Mi ha fatto partecipare a dei campi che avevano lo scopo di raddrizzarmi. Certi suoi ex commilitoni mi portavano con loro, anche per settimane intere, a correre, camminare, sparare. Tutte attività che avrebbero dovuto contrastare l’omosessualità.”
“Merda.”
“Ho subìto ogni cosa. I tentativi di recupero, le imposizioni, la solitudine. Mio padre ha progettato tutta la mia vita senza mai chiedermi cosa volessi io.”
“Voleva farti diventare un soldato?”
“Mi voleva nelle Forze Speciali, dove aveva prestato servizio lui prima di essere congedato per ragioni mediche. Si aspettava grandi cose.”
“Visto che è chiaro che non sei un soldato, che è successo?”
Zach sospirò, scosse la testa e sembrò esitare, come se non riuscisse a trovare le parole adatte.
“Mi ha comunicato, senza mezzi termini, che al compimento dei diciott’anni avrei dovuto arruolarmi. E io non potevo accettarlo. Non è quello che voglio. Io voglio studiare e scrivere. Libri.” Zach alzò timidamente lo sguardo attraverso i capelli che gli coprivano gli occhi e Ben non vi lesse nessuna traccia di recriminazione.
“Gliel’hai detto?” chiese, anche se non era sicuro di voler conoscere il seguito della storia.
“È la stata la prima volta che mi sono opposto. Gli ho detto che avrei scelto io come vivere la mia vita, indipendentemente dal fatto che fossi o meno gay. Che si trattava della mia vita.”
“Sei stato molto coraggioso.”
“Sono stato stupido. Lui è alto più di un metro e novanta ed è una massa di muscoli. Me le ha suonate di santa ragione e nel giro di un’ora mi ha costretto a lasciare casa dietro la minaccia di una pistola puntata.”
Nessuno dei due parlò più per un pezzo. Ben cercava di capire come, in veste di poliziotto di una piccola e tranquilla cittadina, avrebbe potuto aiutare il giovane fuggitivo. “Quindi sei un poliziotto, eh?” disse alla fine Zach, evidentemente ansioso di cambiare argomento. Ben si accorse subito che cercava di imitare il tono sicuro con cui lui lo aveva interrogato all’inizio, ma la timidezza e il nervosismo che trapelarono dalla sua espressione mentre abbassava la testa lo tradirono. Sentì il cuore fargli una capriola nel petto: avrebbe tanto voluto prendere il giovane tra le braccia e stringerlo, dicendogli che non c’era niente di male a fare delle domande.
“Sì, è il mio primo anno qui. Sai, ultimo arrivato e roba del genere… In pratica significa che devo lavorare per la Vigilia di Natale, per Natale, l’ultimo dell’anno e poi ancora Capodanno, per il Ringraziamento e il Quattro luglio. Ma, indipendentemente da questo, è un bel lavoro.”
“Ben, posso farti una domanda?” Quando lui annuì, Zach inspirò a fondo e poi chiese tutto d’un fiato: “Quanti anni hai?”
“Ventiquattro. Anche se non me li sento. Pensa un po’, alla mia età e con una casa tutta mia, vengo ancora a rubare la cioccolata e i marshmallow dalla mamma,” rispose lui d’impulso, ma si accorse immediatamente di aver detto la cosa sbagliata quando vide Zach raggomitolarsi su se stesso, tirare su le ginocchia e stringerle tra le braccia nel più classico atteggiamento di autodifesa. Provò a scusarsi, “Zach, mi dispiace, non volevo…”
“Non c’è problema. È tua mamma e sembra anche una brava mamma. La mia si limitava a starsene in disparte e guardare mentre mio padre mi diceva come vivere la mia vita. Il suo ruolo, oltre all’aver partorito me e mia sorella, era quello di cucinare e pulire. Non ricordo mi abbia mai preparato una cioccolata o protetto da papà.”
“Non sai quanto mi dispiace, Zach.”
“A essere sincero non mi importa più di quello che mi hanno fatto. Sono loro ad aver perso qualcosa, perché un giorno sarò ricco e famoso e sposerò l’uomo più bello mai visto sulla faccia della terra. Adotteremo tre bambini e vivremo in un ranch con cani e cavalli, e quando loro verranno a cercarmi gli dirò di andare al diavolo.” Zach aveva alzato sempre di più il tono della voce, fino a che l’imprecazione finale era stata quasi un grido. Poi si rese conto di quello che aveva appena detto e premette il viso contro le ginocchia, rosso d’imbarazzo.
Ben si lasciò scappare una risatina.
“Sai che ti dico? Dammi il tuo indirizzo e ci penso io a mandarli al diavolo al posto tuo.” Il ragazzo lo guardò con occhi stranamente lucidi e sorrise debolmente; le emozioni chiarissime sul suo viso.
“Grazie.”
Si sentì uno sferragliare alla porta, e il soffio d’aria fredda che li investì ricordò a entrambi quello che c’era fuori. Ben guardò Zach e, notando che era impallidito, si chiese cosa potesse mai passargli per la testa. Sembrava perso nei propri pensieri.
“Benny?” Gli occhi ancora fissi su Zach, Ben lo vide irrigidirsi quando Ellie entrò rumorosamente in salotto, lanciando a casaccio sciarpa e guanti e abbandonando il cappotto verde per terra. Ben controllò l’ora.
“Sono le due e un quarto, sorellina, e non chiamarmi Benny,” le disse, indicando ostentatamente l’orologio. Ellie ebbe il buon senso di arrossire e raccogliere il cappotto, probabilmente dopo essersi resa conto che opporsi alla mamma e al fratello maggiore non avrebbe portato a niente di buono, visto anche che aveva infranto il coprifuoco.
“Chi è il tuo nuovo amico, Benny?”
“Smettila di chiamarmi Benny, e questo è Zach. È nostro ospite.” Ellie salutò con la mano e con un ‘Ehilà’ prima di dichiararsi pronta per il letto e avviarsi tutta pimpante lungo il corridoio.
“È nella cacca?” chiese con cautela Zach, sgranando poi gli occhi quando lui ridacchiò.
“Naa, mamma le dirà di tenere sempre a mente che suo fratello è un poliziotto e che se infrangerà di nuovo il coprifuoco sarà costretta a chiedermi di arrestare il suo ragazzo.”
“Oh.” Zach sembrò così serio e preoccupato che Ben si sentì in dovere di chiarire che si trattava solo di uno scherzo.
“Non ho idea di cosa tu stia immaginando, Mascherina, ma qui da noi questo si chiama scherzare.”
“Oh,” ripeté Zach. Ed eccolo che arrossisce di nuovo, pensò Ben. Dopodiché lo indirizzò verso il piano di sopra, mentre gli spiegava che per gli standard della città ‘essere in servizio’ significava che doveva sempre avere con sé il telefono e indossare l’uniforme.
“Il che vuol dire che non mi perdo né la colazione in famiglia, né l’apertura dei regali, ma devo essere in piedi alle sei.”
“Ops.”
“Ti va bene dormire qui da solo?” Ben si guardò intorno nella vecchia stanza del fratello, soffermandosi sui mobili usati e sui poster, sulle coppe e sui trofei che la mamma aveva conservato, oltre che sulle scatole con i vestiti per i poveri e si chiese cosa provasse Zach nel vedere tutte quelle cose. “Non è granché,” cominciò, ma non ebbe modo di finire perché l’altro lo interruppe.
“È stupendo,” esclamò il giovane con un tono entusiasta e grato. Si strinse le braccia attorno al petto. “È un letto.”
La sua eccitazione era simile a quella di un bambino la mattina di Natale e Ben gli rivolse un sorriso cordiale. Per la prima volta da quando aveva cominciato a lavorare nella sua città, sentiva di star facendo qualcosa di importante per qualcuno. Non che cercare i cani dispersi o placare le liti tra vicini di casa non fosse importante, ma l’aver raccolto Zach, quell’anima innocente dagli occhi splendenti che aveva perso la famiglia… lo faceva sentire bene.
“Sogni d’oro.” Fece per uscire, ma poi si abbandonò a un impulso improvviso e si voltò. Raggiunse Zach in un passo e lo strinse in un rapido abbraccio. Lo lasciò subito e uscì dalla stanza, lasciandosi dietro un “Buon Natale” mentre chiudeva la porta.

* * * *
Zach rimase lì in piedi, immobile. Le braccia ancora avvolte attorno al proprio corpo, il calore di Ben che lo circondava, e sorrise come un idiota. Con il cuore un milione di volte più leggero, salì sul letto e si infilò sotto le coperte senza neanche spogliarsi – una delle lezioni che aveva imparato sulla strada. Quella poteva essere la più grossa inversione di rotta che si fosse mai vista nella storia del Natale: da una panchina vicino a una chiesa a un letto caldo e una famiglia nel giro di due ore. E non importava che fosse solo per una notte.
Era un miracolo di Natale.




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